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Calendario 2014

Edizione 2014 del Calendario del Centro Radiologico Potito:

 

 

XI edizione

Tutta colpa di Duchamp... e Roentgen


Marcel Duchamp è l’artista che ha scandalizzato il mondo nel 1917 con la scultura Fontana, un orinatoio in porcellana comprato in un negozio di sanitari e firmato con lo pseudonimo di R.Mutt. Oggi è considerata una delle opere più influenti del ‘900. Con questo gesto, Duchamp ha cambiato il modo di guardare un’opera d’arte. Oggetti comuni e senza valore, i famosi ready-made, potevano essere considerati sculture da esporre. Non importava più da chi fossero state fatte, o se fossero belle o brutte. Ma allora cosa importava? Solo l’idea e il contesto in cui l’opera era presentata. I ready-made di Duchamp hanno liberato gli artisti dalla tradizione, e permesso gli esperimenti più azzardati. Un esempio? L’arte concettuale, dove l’opera può anche non esserci più, conta solo il progetto. Le opere che vi fanno esclamare: “ma questa la chiami arte?”, spesso sono concettuali. Scritte al neon, parole stampate, disegni geometrici sui muri, sedie vuote. Per creare qualcosa di nuovo, non bisogna far nulla, tutto può essere arte, e non dobbiamo prenderla nemmeno troppo sul serio. Marcel Duchamp ha fatto della provocazione uno stile di vita che ha influenzato artisti del calibro di Johns, Rauschenberg, Cage, Cunningham, Warhol. Sol Lewitt, icona dell’arte concettuale, dichiarava che il compito dell’artista è solo quello di formulare un progetto, mentre l’attuazione può essere delegata a chiunque. Linee, archi, piramidi, cubi, wall-drawings coloratissimi, eseguiti da una schiera di assistenti, hanno invaso i musei di tutto il mondo. Ma Lewitt cosa faceva? Esclusivamente il progetto, il resto per lui era solo un fatto meccanico. A New York, l'artista Patrick Mimran gode di una costante visibilità: ogni mese infatti, una frase da lui firmata appare su un cartellone posto al centro del ponte che attraversa le strade di Chelsea, sotto il quale ogni giorno passano e leggono il suo messaggio tutti coloro che vanno a vedere le gallerie, e non solo: nei suoi cartelloni al posto delle pubblicità si leggono sempre messaggi ironici, a volte provocatori nei confronti del sistema dell’arte contemporanea e in particolare delle gallerie affermate di Chelsea. Il suo è davvero un lavoro coinvolgente, il Billboard Project è iniziato nel 2001 a NY sulle strade di Chelsea per proseguire successivamente anche a Londra, Venezia, Mosca , dà modo a chiunque di riflettere sul senso dell’arte e sicuramente vuole dare una scossa alla coscienza di tutti coloro che si trovano a leggere i suoi messaggi “Art is everywhere”, oppure “Explanation kills art”. Questa credo sia la forza di Patrick Mimran: creare un dialogo che parte da un cartellone, entra nella mente del passante e forse poi entra in galleria con una visione più lucida sul sistema dell’arte contemporanea. Sono pensieri che pongono domande, senza dare risposte. Questo è l’aspetto fondamentale dell'arte contemporanea,“L’arte non deve dare risposte, deve porre domande”. Se l’arte dà risposte, allora è finita. ”Ognuno ha la possibilità di confrontarsi". Pensieri sull’arte, il mercato e il mondo dei galleristi, espressi con ironia e persino disprezzo per il sistema del commercio dell’arte. Billboard Project è in tutto simile a una campagna pubblicitaria artistica dal forte contenuto critico. Grandi cartelloni su cui compaiono sentenze ironiche e per lo più provocatorie sullo stato dell’arte e la condizione dell’artista.
La Fondazione Potito ha creato un contenitore dove le idee possono prendere forma o rimanere tali.
Del resto "è più importante il progetto della realizzazione!” Dopotutto questa è la potenza dell'arte concettuale. Abbiamo pensato ad uno spazio espositivo nel quale ognuno può diventare un artista, ognuno può avere i suoi "15 minuti di notorietà!”. La passione genera Arte, la Radiologia diventa Arte, dando vita così ad un inconsueto esperimento di reinterpretazione artistica del concetto di tecnologia e sanità. Da tutto questo nasce “ArtGarage”, perché "l'arte non è dove pensi di trovarla”.
Non chiedeteci di spiegarvi le installazioni, dopotutto "Explanation kills Art".
Buon viaggio! Jole Antinolfi

 

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